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mercoledì, febbraio 25
 

A chi interessasse passando di qui... oggi è il mio compleanno...!!!!

Va beh oramai l'ho detto ...mi è scappato...pazienza

postato da paperolibero | febbraio 25, 2004 09:15 | commenti (1)


martedì, febbraio 17
 
And now for something completely different...
postato da paperolibero | febbraio 17, 2004 14:45 | commenti


lunedì, febbraio 09
 

Per il giornale americano 'TIME' le persone dell'anno sono i soldati
Americani in Iraq, li dipinge come eroi che soffrono per il loro paese
a migliaia di km da casa ...

Strano che ancora su Panorama non abbiano messo le foto
dei carabinieri di Nassiriya...




postato da paperolibero | febbraio 09, 2004 13:36 | commenti


venerdì, febbraio 06
 

A volte ritornano...
"...Milioni di vietnamiti continuano a fare i conti con l'eredità dell'«agente orange», il defoliante usato dalle truppe degli Stati uniti durante la guerra. Furono irrorati 3 milioni e mezzo di ettari di terreno: l'agente chimico ha contaminato l'acqua, è entrato nella catena alimentare, nel latte materno. Erano gli anni `60, ma bambini menomati continuano a nascere. La vera storia dell'agente orange resta da scrivere..."http://www.ilmanifesto.it/oggi/art59.html

"...Il caporale Valery Melis è morto nella notte, stroncato da quel linfoma di Hodgkin che lo aveva colpito al ritorno dall'ultima di quattro missioni nei Balcani alle quali aveva partecipato. In Macedonia, proprio mentre l'aviazione angloamericana bombardava il vicino Kosovo. Ad appena 26 anni, la sua è l'ennesima morte misteriosa di un militare italiano impegnato in missioni di guerra, dalla Somalia a Iraq, Bosnia e Kosovo..."http://www.ilmanifesto.it/oggi/art9.html.

Senza poi contare le migliaia di persone (uomini, donne e bambini) che ogni giorno continuano a saltare sulle mine antiuomo
che a milioni si nascondono nel campi di battaglia di migliaia di guerre oramai dimenticate.

E le famose bombe a grappolo che sempre durante la guerra del Kosovo i nostri pescatori si ritrovavano nelle reti...

Quanti 'rifiuti' di guerra sono ancora lì a far danni, o ci aspettano nascosti, purtroppo la guerra è un male
terribile e non necessario come ci vogliono far credere Bush, Blair e Berlusconi.
L'importante è vuotare gli arsenali, buttare più bombe possibili, che la grande macchina continui a produrre
morte per molti e ricchezze per pochi.






postato da paperolibero | febbraio 06, 2004 14:52 | commenti


giovedì, febbraio 05
 

Se ci sono voluti 34 anni per poter leggere che fu l'America a far uccidere Salvador Allende e a far insediare
il 'mostro' Pinochet per non permettere anche ad altri paesi di poter eleggere governi di stile marxista-socialista
non oso pensare cosa leggeremo fra qualche anno sulle torri gemelle e la guerra in Iraq....

«Se Allende vince, rischia anche l'Italia»
Memorandum di Kissinger sul «pericolo» Allende del 5 novembre `70, a due giorni dall'insediamento. Per il consigliere per la sicurezza nazionale di Nixon metteva in pericolo l'equilibrio mondiale. «E specialmente l'Italia». Quindi andava bloccato. Con qualsiasi mezzo
IRENE PANOZZO *
«L'esempio di un governo marxista eletto con successo in Cile avrebbe di sicuro un impatto su altre parti del mondo e costituirebbe un precedente, specialmente per Italia...». Un pericolo per l'equilibrio mondiale, quindi. Quantomeno agli occhi di un osservatore d'eccezione: Henry Kissinger, consigliere per la sicurezza nazionale di Nixon, che così presenta l'elezione di Allende in una nota preparata per il presidente americano in vista della riunione del Consiglio di sicurezza nazionale del 6 novembre 1970. Il memorandum, seppur desecretato nell'aprile 2002, è stato appena reso noto nell'ambito di un progetto della George Washington University. Un documento di otto pagine, datato 5 novembre, in cui Kissinger fa il punto della situazione dei rapporti tra Washington e Santiago due giorni dopo l'assunzione ufficiale dell'incarico da parte del neo-eletto presidente cileno. Il governo Usa aveva cercato nelle settimane precedenti di impedire ad Allende di insediarsi alla Moneda. Ma le manovre dell'ambasciatore Edward Korry non avevano portato a niente, con grande disappunto dell'Amministrazione. Che era quindi costretta a cercare un'altra via per sistemare la questione, in quella che poteva diventare «...la decisione di politica estera di maggior portata storica e la più difficile di quest'anno, perché ciò che succede in Cile nei prossimi sei o dodici mesi avrà ramificazioni che andranno ben oltre le relazioni cileno-statunitensi. Partendo dall'assunto che l'elezione democratica di Allende fosse «...una delle sfide più serie che abbiamo mai affrontato in questo emisfero», Kissinger analizza con estrema lucidità tutte le opzioni. Visto che Korry aveva mancato il primo obiettivo, era necessario correre ai ripari ed evitare che Allende si consolidasse al potere, instaurando un regime marxista in Cile e legandosi all'Urss e al blocco socialista. Ma il problema non era di facile soluzione: intervenire con forza e a volto scoperto negli affari interni di un paese indipendente per ostacolare un presidente liberamente eletto, avrebbe significato mettere a dura prova l'immagine e la retorica statunitense di paladini della libertà. D'altra parte, però, non reagire agli avvenimenti politici di Santiago poteva essere letto nel resto dell'America latina e in Europa come segno di indifferenza o, peggio, di impotenza nei confronti di sviluppi negativi per gli interessi americani in una delle sfere d'influenza Usa. Secondo Kissinger il dilemma poteva riassumersi in due opzioni contrapposte: o aspettare, limitandosi a tutelare gli interessi americani ma lasciando il tempo ad Allende di rafforzare il proprio potere; oppure agire subito, in modo da impedire il consolidamento del regime cileno, ma scatenando con ogni probabilità reazioni negative contro gli Usa in Cile e nel resto del mondo.

Kissinger non manca di sottolineare come le varie agenzie statunitensi coinvolte in decisioni di politica estera avessero opinioni opposte riguardo la via da seguire. Da un lato, gli uomini del dipartimento di Stato caldeggiavano una «strategia del modus vivendi», convinti che il governo Usa non disponesse al momento della capacità di impedire ad Allende di consolidare il proprio potere. Dall'altro, quelli di altre agenzie, Cia in testa, spingevano per la linea dura, partendo dalla considerazione che solo agendo subito, nel momento di maggior debolezza del nuovo governo cileno, era possibile portare a casa qualche risultato. E anche in questo caso, rimaneva da scegliere tra misure di aperta ostilità - embargo, sospensione degli aiuti, campagna internazionale per screditare Allende - e una facciata di fredda ma corretta indifferenza che facesse da schermo ad operazioni sotto copertura.

Dopo la lunga panoramica di pro e contro, Kissinger non nasconde il proprio pensiero. E raccomanda a Nixon di scegliere la linea dura: fare di tutto per impedire che Allende consolidi il suo potere, «...avendo cura di impacchettare questi sforzi in uno stile che dia l'idea che stiamo reagendo alle sue mosse». In realtà le operazioni della Cia in Cile erano già in corso da anni, come ben documenta William Blum, ex funzionario del dipartimento di Stato, nel suo Il libro nero degli Stati Uniti. Erano iniziate negli anni Sessanta, dopo che nel 1958 solo uno scarto del 3% aveva impedito ad Allende di essere eletto presidente. Dopo la vittoria del 1970 la Cia alzò il tiro, fino a fornire un determinante aiuto nell'organizzazione del colpo di stato militare di Pinochet nel settembre del 1973. Tra i documenti desecreati ci sono anche alcune trascrizioni di incontri di staff, in cui Kissinger, già Segretario di stato, prende posizione nei confronti delle notizie che arrivano dal Cile nei mesi successivi al golpe, riguardanti le violazioni dei diritti umani e le atrocità del regime. Assolvendole.

*Lettera 22












postato da paperolibero | febbraio 05, 2004 14:17 | commenti (3)


martedì, febbraio 03
 

Cosa aspettiamo a andar via dall'Iraq?

Questa è la conclusione dell'editoriale di Roberto Zanini sul manifesto di oggi, io mi associo
e vi posto il resto dell'articolo....

Piccoli errori
ROBERTO ZANINI
Una commissione d'inchiesta, bipartisan persino. Per stabilire se l'arsenale proibito di Saddam sia un fatto, un'ipotesi, un'opinione azzardata o una frottola mondiale. Vediamo se abbiamo capito. Il paese più armato del mondo ne accusa un altro di avere intenzioni aggressive e di detenere un letale e illegale arsenale. Un ente neutro, l'Onu, vi spedisce i suoi ispettori e dopo alcuni mesi questi rivelano di non aver trovato traccia di armi proibite. Il paese più armato indaga allora per suo conto e annuncia che l'altro nasconde ogni sorta di mortali porcherie. Il ministro degli esteri degli armati produce foto satellitari, rapporti di agenti segreti, pacchi di analisi, sventola fialette nella massima assise mondiale, ma nessuno ci crede. Al paese più armato non resta quindi che aggredire l'altro, sbudellarlo in pochi giorni, catturarne il capo dopo avergli sterminato i figli e una elevata quantità di concittadini. Infine il paese più armato annuncia: forse è il caso di sapere se quelle armi c'erano davvero e, nel caso, di sapere se qualcuno si fosse sbagliato. Ne va della lotta al terrorismo, la quale è invece giusta.

La decisione del presidente Bush di nominare un «panel» di commissari che gli riveli infine se l'Iraq era armato oppure no è al di la del bene e del male. Soprattutto originale è intraprenderla dopo aver raso al suolo l'Iraq. Certo, ciò ha tutto a che fare con la campagna elettorale degli americani e nulla con l'esistenza in vita degli iracheni, ma essi occupano purtroppo un territorio strategico per l'altrui sicurezza nazionale e non è il caso di sottilizzare.

Le commissioni non vanno di moda solo da noi. Sarà come la commissione Warren, annunciano a Washington, quella che indagò sull'assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Concluse che era tutta e solo colpa di Lee Harvey Oswald, e chi dice il contrario è antiamericano. Non parliamo poi della commissione sull'11 settembre, dopo anni di lavoro e infiniti boicottaggi presidenziali è ancora in cerca di una conclusione, la ricostruzione delle Torri gemelle procede più speditamente della ricerca delle cause del loro abbattimento.

La Casa Bianca non è un consumatore passivo di intelligence. Essa la determina in gran parte, come accade ad esempio a Londra. Per aver sostenuto che il dossier sulle armi irachene era stato reso più sexy la Bbc è stata decapitata, con grande soddisfazione di molti anche in Italia. A pochi giorni da quella vergognosa capitolazione alla ragion di stato il capo del paese che ha fatto la guerra ammette la possibilità di essersi sbagliato. E il capo del paese che per primo e solo l'ha seguito potrebbe essere costretto a fare altrettanto.

Cosa aspettiamo a andar via dall'Iraq?












postato da paperolibero | febbraio 03, 2004 16:40 | commenti


lunedì, febbraio 02
 

Il Grande Fratello ci guarda...!!!

Dal film "Nineteen Eighty-Four di Michael Radford

La pace è guerra","La libertà è schiavitù","L'ignoranza è forza"

 

postato da paperolibero | febbraio 02, 2004 14:16 | commenti
 

Dal Manifesto di domenica vi riporto un articolessa sapida del mitico Alessandro Robecchi....fate vobis:

Una risata vi informerà
ALESSANDRO ROBECCHI
Riassunto delle puntate precedenti. Un'autrice satirica (ciao, Sabina) va in tivù a fare il suo spettacolo. Perché la gente capisca le sue battute sull'attualità - e soprattutto sugli affarucci monopolistico-televisivi del nostro liftato speciale - è costretta a dare anche qualche notizia, visto che i media via etere non le danno. Il giorno dopo, apriti cielo: il programma viene silurato, gli autori censurati si beccano una querela miliardaria da Mediaset per diffamazione. L'accusa è semplice: non faceva ridere, e quindi, che satira è? Con aggravante: le notizie che dava non erano vere, menzogne, bugie comuniste, da cui la querela intimidatoria. In qualche modo, insomma, passa la linea: la satira faccia quel che deve fare ma lasci stare le notizie, che a quelle ci pensano i tg unificati, ai tempi del colera. Per paradosso (che nessuno coglie, però, peccato), nemmeno un mese dopo i magistrati che indagano sul caso Parmalat chiamano a testimoniare - per capirci qualcosa - un comico (ciao, Beppe). Il testacoda è evidente e ricorda molto la follia organizzata dal potere di Comma 22: un comico non può parlare della realtà (dà un po' fastidio), ma quando il gioco si fa duro, a chiarire qualche brandello di realtà si chiama un comico. Tutto ciò è molto comico, appunto.

Sulla torta del nonsense, arriva però infine la ciliegina più buona di tutte: la magistratura, valutata la querela Mediaset per diffamazione, dice chiaro e tondo che è carta straccia e va archiviata.
E non - badate bene - per una sorta di extraterritorialità della satira, per una presunta impunità del paradosso. No: va archiviata perché le notizie che si davano erano vere, fondate, conclamate. Vero che dal 1994 Retequattro è di fatto abusiva. Vero che a ogni critica rivolta alla legge Gasparri rispondeva l'ufficio stampa Mediaset, quando non direttamente il suo presidente. Vero che i big spender della pubblicità hanno spostato enormi risorse dalla Rai a Mediaset, almeno da quando regna il liftato.

Falso invece che la trasmissione, quel mix di satira e notizie, che aveva fatto eccellenti ascolti, abbia nuociuto al titolo Mediaset nel listino di Piazza Affari, titolo di cui il magistrato si prende addirittura la briga di seguire le oscillazioni. Punto.

Ora, si capisce, le domande da fare sarebbero parecchie. Ad esempio: la Rai, attaccata dal suo presunto maggior concorrente con una querela infondata, canterà vittoria e ripristinerà il programma? Difficile.

O ancora: i telegiornali unificati dei tempi del colera daranno finalmente le notizie che hanno taciuto finora, almeno adesso che sono dichiarate veritiere da un giudice con tanto di riscontri? Difficile. E poi: i critici - a destra e a sinistra - che in qualche modo avallarono la tesi che le risate devono essere separate dalla realtà e dalla cronaca, rivedranno la loro posizione, ammetteranno di aver detto una cazzata, oppure tutto resterà com'è oggi? Vedete un po' voi.

Qualcuno sostiene, naturalmente, che prendere la questione così di punta è esagerato. E aggiunge: ma non vedete quanta satira c'è in tivù? Ma non contate le decine e decine di sberleffi che il nostro povero premier subisce?

Non c'è giorno che qualcuno non gli dica nano, o pelato, o che ha le orecchie come cotolette, che si mette il cerone, e altre amenità del genere. E del resto è lui il primo a raccontare tante barzellette su di sé, e a riderne, da impunito abituato all'impunità.

Ecco che si arriva al punto: forse non è la risata che serve, ma la notizia (vera) che la fa scattare. Il paradosso non crea alcun imbarazzo, a meno che non sia ancorato a cose che si vogliono negare e sottacere. E per far questo va benissimo anche l'intimidazione, la querela, la minaccia di faraoniche richieste economiche. Tutte cose che si perderanno poi per via, ma che nell'immediato funzionano.

Quanto alla giustizia, per carità, faccia il suo corso, come si usa dire, che però è un po' lento. La censura è più veloce, invece, fulminea, e supportata da astruse teorie inventate lì per lì per giustificarla. Come per esempio quella che la satira deve stare alla larga dalle notizie. Come tutti gli altri, del resto. Dopotutto, gente, che ve ne fate delle notizie? (alessandro robecchi)





















postato da paperolibero | febbraio 02, 2004 12:26 | commenti (1)